Aspettando Rachel

Quando l’amico Sergio, il meccanico che ha restaurato Trudi e che l’ha curata fino ad oggi, mi ha ricordato che per lui era giunto il momento di ritirarsi dal mondo lavorativo, mi ha aperto gli occhi su una situazione alquanto delicata.

La mia moto non è stata restaurata per tenerla in un museo, bensì per godermela sulla strada tutti i giorni. Percorrere oltre 8000 km l’anno, soprattutto in montagna tra curve e tornanti con una California prima serie, non è la cosa più saggia da fare, soprattutto se lo scopo è quello di conservarla a lungo ed al meglio.

Il fatto che una Guzzi di cinquant’anni, ti porti ovunque con sorprendente facilità, non significa che la si possa maltrattare come fosse una moto moderna; inoltre i meccanici competenti, che sappiano realmente metterci le mani sopra, sono sempre meno ed i ricambi, per un mezzo con quasi mezzo secolo sul manubrio, sono sempre meno reperibili.

Perché rischiare di stressarla troppo, con chilometraggi eccessivi, portandola spesso al limite? Le possibilità per ridurne l’uso e conseguentemente l’usura sono poche.

Un’alternativa, sarebbe limitarsi notevolmente con i viaggi, soprattutto con gli amici più “estremi” oppure bisognerebbe affiancarle un’altra cavalcatura più moderna.

La prima opzione non è stata presa in considerazione fin da subito. Limitarsi a qualche giro domenicale in pianura od al più in collina e qualche raduno a tema mi avrebbero spinto in un futuro non troppo lontano a vendere tutto e smettere di andare in moto. Da quando sono un centauro, ho sempre guidato la mia cavalcatura in tutte le stagioni, affrontando le condizioni meteorologiche più disparate, compreso nebbia, ghiaccio e neve.

Optare per un’altra cavalcatura da sfruttare negli itinerari più impegnativi, magari in compagnia di quegli amici meno cicloturisti, è sicuramente una soluzione più percorribile, anche se realisticamente onerosa.

Osservando gli amici con cui giro regolarmente, mi sono reso conto che potrò restare in sella probabilmente ancora per una ventina d’anni, forse qualcuno in più se il fisico regge. Pensando, però, ad Alfeo “Cocco” Cargnelutti che a 73 anni è andato da Pozzis di Verzegnis fino a Samarcanda con un Harley del ’39 da lui costruita, la mia aspettativa di continuare ad essere un centauro si allungherebbe parecchio.

Una valutazione attenta mi orienta verso un mezzo il più recente possibile, che non necessiti di interventi meccanici importanti, almeno nel prossimo decennio, eccezion fatta per i consueti tagliandi annuali ed il cambio gomme.

Quale modello avrebbe potuto affiancare Trudi in garage, e quali requisiti doveva soddisfare il nuovo acquisto?

Volevo un modello con stile, che si distinguesse dalla massa.

Volevo che mantenesse un buon valore di rivendita con il passare del tempo in caso di necessità.

Doveva essere affidabile, ovvero essere un progetto maturo.

I costi di gestione non dovevano essere troppo onerosi, con un motore di cilindrata media, ma comunque brillante. Una cilindrata tra i 350 cc ed i 750cc sarebbe stato un giusto compromesso.

La manutenzione doveva essere limitata.

La ciclistica e la posizione di guida dovevano essere sportive, ma non estreme o troppo corsaiole; in grado di permettere gran divertimento tra curve e tornanti, ma risultare discretamente comode nelle lunghe percorrenze.

Sufficientemente leggera, maneggevole e di facile utilizzo anche per una ragazza, sia perché ormai ho una “certa…” sia perché mi farebbe piacere che la consorte la usasse nelle uscite in coppia con Trudi.

Non doveva essere una copia di Trudi.

Dopo mesi di ricerche, confronti, analisi… leggendo, ascoltando e guardando comparative e recensioni nonché guardando video di tester o di semplici appassionati, sia in Italiano che in Inglese Britannico, Americano ed Australiano… ho individuato il modello che meglio di altri soddisfaceva tutti i requisiti.

Le altre pretendenti al titolo, compresi alcuni modelli che mi piacciono esteticamente e che avrei visto bene a fianco di Trudi nella rimessa, sono state

  1. Harley Davidson Springer softail Classic (modello apparso in Indiana Jones IV)
  2. Triumph Boneville
  3. Triumph Bobber
  4. Royal Enfield Classic
  5. Royal Enfield Interceptor
  6. Benelli Imperiale
  7. Guzzi V85 tt
  8. Guzzi Audace
  9. Guzzi Stone

Una prima scrematura ha portato ad escludere tutti quei modelli che avevano una cilindrata troppo alta o che non rientravano nel mio Budget come l’Audace, la Springer e la V85tt.

La Bobber e la Stone le possiedono già alcuni amici, anche se le hanno trasformate in versioni Special. Volendo distinguermi le ho escluse.

Altri modelli sono stati tolti dalla lista, perché dotati di un motore troppo poco brillante o con troppi pochi cavalli per un uso su percorsi tortuosi montani, anche se sarebbero state ottime in un contesto cittadino o collinare.

Le ultime ad uscire dalla rosa delle papabili sono state la Royal Enfield Interceptor e la Triumph Boneville. Queste erano le uniche che soddisfacessero tutti o quasi i criteri fissati; spesso sono recensite fianco a fianco nelle comparative presenti in rete.

Alla fine è stato esclusivamente il cuore a guidarmi, portandomi a scegliere la vincitrice; ovvero il suono di un motore che ho imparato ad amare in tanti anni e l’assenza di manutenzione alla trasmissione finale.

La coinquilina di Trudi non poteva essere, quindi, che un altra Guzzi, ovvero la V7 III Racer prodotta in serie limitata e numerata.

A livello di stile credo ci siano pochi dubbi, con un design che strizza l’occhio alle icone del passato marchio come la V7 Sport, la S3 e la Le Mans. Si fa notare per il suo telaio rosso, il codino e gli ammortizzatori Öhlins.

Essendo prodotta in serie limitata e numerata dovrebbe mantenere un buon valore in caso di rivendita.

Il progetto V7 arrivato alla terza generazione è maturo ed affidabile. L’introduzione dell’ABS e del controllo di trazione la migliorano rispetto alle versioni precedenti.

Il cardano e l’affidabilità Guzzi consentono una manutenzione ridotta.

Il motore da 744 cc, ha una potenza di 52 CV che grazie ad un buon rapporto tra peso e potenza, permette di godere di un’erogazione brillante.

Una sella a 770 mm da terra combinata ad un peso complessivo di 190 kg a secco, ne permettono la fruibilità anche alle donzelle, ai centauri di statura minore o a quelli un po’ più attempati, come il sottoscritto.

Nella maggior parte delle comparative la V7 III è stata la più divertente e performante su strade montane tortuose con una migliore guidabilità nelle curve e nei tornanti. La versione Racer con l’impostazione telaistica più aggressiva e la componentistica più corsaiola, come i semi manubri e le pedane arretrate, ne migliorano, se possibile l’esperienza di guida.

Come è evidente non assomiglia per nulla a Trudi, sia nell’aspetto sia nell’impostazione di guida.

Tutti i requisiti sono stati soddisfatti e come da tradizione la nuova arrivata dovrà avere un nome.

Questa volta il nome è arrivato prima della moto, infatti al momento c’è il pre-contratto, sperando che per l’Epifania, restrizioni per il contrasto del Sars-Cov2 permettendo, il garage ospiti due Aquile di Mandello.

La nuova arrivata si chiamerà Rachel.

L’assonanza con il modello è evidente, Rachel / Racer, ma quando lo pronuncio,  il nome mi evoca collegamenti mentali al femminile, più o meno reali…

 

Rachel Weisz

Rachel Weisz

Attrice

Rachel Hurd-Wood

Attrice

Rachel Ellestein

Highlander, l’ultimo immortale

Rachel – Blade Runner (1982

Rachel

Blade Runner

Ralph Lauren lancia una capsule dedicata a Rachel Green di Friends

Rachel Green

Friends

 

Rachele

Il personaggio di tradizione biblica

La moglie prediletta di Giacobbe.

Madre di Giuseppe e Beniamino.

Se con la locuzione latina “Nomen omen” ovvero “il nome è un presagio” o “un nome un destino”, gli antichi Romani credevano che, nel nome della persona fosse indicato il suo destino, tale credenza sarà, forse, confermata in questo modello.

Rachel deriva dal nome ebraico רָחֵל (Raḥel), adattato in greco come Ραχηλ (Rachel) o Hrakhel ed in latino come Rachel. Il significato è letteralmente “pecora”, “pecorella”.

La mia Rachel probabilmente sarà una docile pecorella, in pianura o in città, ma alla prima strada tortuosa che incontrerà rivelerà il lupo che vi si nasconde.

Note

Dopo aver concluso il contratto d’acquisto, ho scoperto che la Guzzi ha annunciato alla stampa che nel 2021 la V7 avrebbe goduto di una serie di migliorie e aggiornamenti tecnici tra i principali un aumento della cilindrata, più cavalli disponibili, miglioramenti nell’erogazione della potenza, oltre che al cardano, all’elettronica ed altre componentistiche.

Personalmente, lo ritengo un peccato, perché porterà la casa di Mandello del Lario ad abbandonare la fascia di mercato delle moto di media cilindrata, dove era un riferimento.

Le versioni disponibili da febbraio del nuovo anno, saranno solo la Stone e la Special. Questo significa che la Racer non sarà più in produzione; che è stata l’ultima opportunità di portarsi a casa una serie limitata e numerata, e che Rachel sarà una delle ultime immatricolate della sua serie.

Remove Before Ride

Remove Before Flight Bumper StickerTecnicamente la dicitura corretta sarebbe “Remove Before Flight” che si riferisce ad un avvertimento di sicurezza sotto forma di un nastro rosso con la scritta in bianco, presente sulle parti rimovibili degli aerei,  quando questi sono a terra in fase di parcheggio o traino.

Le parti segnalate sono solitamente una copertura di protezione o un perno di blocco che prevenire lo spostamento accidentale di parti meccaniche. Il personale di terra preposto, usa una lista di controllo per segnare i nastri da rimuovere e quelli rimossi prima del volo, per garantire che nessuno di essi venga scordato.

Come per gli aerei, anche il sottoscritto, prima di iniziare un giro in moto particolarmente lungo, utilizza una lista di controllo, così da essere sicuro che il motoveicolo sia perfettamente efficiente, ed è per questo la dicitura è passata da “Rimuovere prima di volare” a “Rimuovere prima di girare”.

A qualcuno sembrerà esagerato, ma con un motoveicolo di quasi cinquant’anni la prudenza è assolutamente indispensabile, non solo perché un inconveniente può rovinarmi la gita, ma potrebbe avere conseguenze anche peggiori.

I controlli sono di due tipi, visivo con la verifica bulloni, cavi e luci ed uno più tecnico e che richiede un po’ più di tempo con l’ausilio di semplici attrezzi.

Avendo segnato una linea sul lato della testa del bullone o del dado ed in corrispondenza del telaio o del particolare ciclistico ove questo è presente, un’occhiata veloce permette di notare se le vibrazioni hanno fatto spostare il riferimento comportando un allentamento del fissaggio.

Il controllo visivo dell’eventuale usura dei cavi di freni, frizione o acceleratore permette di evitare di rimanere senza uno di questi componenti fondamentali mentre si guida. Viene eseguita controllando la parte di cavo che fuoriesce dalla guaina protettiva alla ricerca di punti di ossidazione, ruggine o sfilacciatura della treccia d’acciaio.

Il controllo delle luci è quanto mai opportuno, così da evitare di doversi fermare a cambiare una lampadina, magari al crepuscolo.

Il primo controllo tecnico è quello dell’olio motore. Non avendo un’asta di livello, è necessario una chiave a stella o bussala da 22mm e se il livello è basso si procede al rabbocco, nel mio caso con un Motul 5100 15W50 .

Quando il dado con l’asta incorporata è stato svitato, si può eseguire un’altra verifica altrettanto importante e troppo spesso ignorato, lo sfiato dell’olio. Per verificare che sia pervio, ho costruito un piccolo arnese usando un raccordo a manicotto per collettori, con un diametro leggermente inferiore a quello del foro dove va inserito, a cui ho unito ad una estremità un tubo in pvc, così da poter soffiare nella coppa dell’olio e sentire il gorgoglio, a conferma che tutto è in ordine.

Sempre con la chiave del 22 ed una pila, ogni 2000/3000 chilometri controllo l’interno della coppia conica per verificare la lubrificazione della stessa.

Passare uno straccio, prima umido e poi asciutto su tutta la moto, con attenzione particolare a rimuovere moscerini o quanto altro raccolto durante il precedente giro, dal parabrezza e soprattutto dalla visiera del casco, mi garantisce una visibilità ottimale.

L’ultimo controllo, che eseguo solitamente dal benzinaio, appena fatto il pieno è la pressione dei pneumatici e lo stato del battistrada.

Su una scheda cartacea segno le date ed i chilometri al momento della verifica. Spunto la lista di controllo ed indico l’eventuale quantitativo d’olio rabboccato, quali luci sono state sostituite e se è stato necessario registrare il gioco dei freni anteriori e posteriore e della frizione. Tutto questo sia a fine statistico sia per avere un feedback da lasciare al meccanico che effettuerà i tagliandi o gli interventi periodici necessari.

Fare questi controlli, mi permette di affrontare i vari itinerari in tranquillità senza il pensiero che questo o quel particolare mi possa tradire soprattutto se a viaggiare siamo in due a bordo.

Il Kaiser e gli altri grandi passi, peccato aver saltato il Crostis – parte seconda

Dopo la sosta a Pesariis, quella che ci attende è come dicono gli anglosassoni un “must have”, qualcosa di irrinunciabile, sto parlando della forcella Lavardet.

Ripartiti da Pesariis, rinfrancati nel corpo e nello spirito, puntiamo ad Ovest, e fino a Culzei, la guida è alla portata della maggior parte degli utenti della strada.

Diventa più impegnativa e tecnica dopo il Rio Bianco, dove la strada comincia a salire decisamente, frapponendo curve e tornanti a lunghi rettilinei.

Giunti al “Centro Fondo Lavadin-Pian di Casa”, ci confrontiamo rapidamente, e decidiamo di proseguire fino a Sauris; le nuvole continuano ad addensarsi, anche se non sembrano seriamente minacciare pioggia.

La forcella Lavardet è poco più avanti dopo alcune curve e tornanti da affrontare in discesa, ma grazie ad un asfalto ben tenuto, non sono troppo impegnativi.

Sconfiniamo brevemente nel vicino Veneto, a Vigo di Cadore, lungo la statale che si unisce alla provinciale 619.

La Forcella vera e propria si trova lungo la statale 465, verso Nord, un tratto di 11 kilometri che porta a Campolongo di San Pietro di Cadore.

La strada dai bellissimi panorami è chiusa al traffico ed è un altro tratto inserito tra le strade più pericolose d’Europa dal sito dangerousroads.org.

https://www.dangerousroads.org/europe/italy/1429-forcella-lavardet-italy.html

La ragione è presto spiegata, soggetta a frane e smottamenti è per buona parte sterrata, e gli enduristi, che la percorrono a loro rischio, lo sanno bene

Proseguiamo in direzione Casera Razzo. La strada torna a salire, regalando splendide viste in caso di cielo terso.

Arrivati al bivio, dobbiamo lasciare la provinciale 619 che prosegue verso Auronzo, ed imboccare la provinciale 33 che dirige verso Sauris, che si trova a meno di 10 chilometri; anche se la sede stradale si restringe, il manto rimane buono.

Ci godiamo il più possibile il percorso, che permette di guidare in scioltezza con curve morbide fino alla Sella di Rioda, dove nuovi panorami ti fanno riappacificare con il mondo.

L’idillio ha breve durata, i sette tornanti a scendere uniti alla pendenza cominciano a mettere a prova il freno motore ed i tamburi della California, impegnandomi non poco nella guida per percorrerli con le traiettorie migliori.

Lasciamo il Veneto e rientriamo in Friuli Venezia Giulia; la provinciale 33 diventa la 73 con la sede stradale ancora per qualche chilometro sfregiata dal passaggio di madre natura.

L’asfalto è stato più volte rattoppato e non è raro trovare sassi, pietre o pietrisco che costringono il viaggiatore a prestare attenzione, moderando particolarmente la velocità  dovendo evitare a volte qualche ostacolo presente sulla sede stradale.

il mio navigatore

Quando la strada torna a scendere dolcemente allargandosi, sappiamo di essere in prossimità della nostra meta dove fermarsi per una meritata pausa.

A Sauris potremo assaggiare qualche specialità locale, come dei salumi affumicati o dei formaggi, oppure la famosa birra artigianale.

Quest’ultima guidando una due ruote, è fuori discussione ma possiamo comunque optare per una fetta di dolce ed un caffè.

Abbiamo fornito a Francesco, l’itinerario della giornata, caricato direttamente sul navigatore; ma senza coordinarci sulle soste intermedie come quella di Sauris (Zahre nel locale dialetto germanico).

Il nostro compagno è concentrato nella guida, ed è troppo avanti per raggiungerlo in sicurezza e superando rapidamente Sauris di Sopra e quella di Sotto, arriviamo a passare La Maina.

I cartelli stradali che indicano lavori in corso, all’altezza della diga della Maina in prossimità del lago di Sauris e del torrente Lumei con probabili deviazioni sul percorso preventivato ci portano ad imboccare via S. Valentino che ci condurrà al passo Pura dove potremo sostare un attimo.

Una panoramica di Sauris, tratta dal sito Sauris.org

Il primissimo tratto di strada è una lunga galleria e quando la luce torna a farsi vedere, il lago appare quasi per magia alla destra del viaggiatore che si sente quasi riemergere dalle tenebre in un altro mondo.

Non solo la strada, non è ampia ed è parecchio trafficata in entrambi i sensi di marcia, a complicare la fluidità della marcia, ci sono i vari mezzi operativi impegnati a recuperare il legname, frutto della pulizia straordinaria resasi necessaria dopo il passaggio di “Vaia”.

Attraversiamo il bosco, percorrendo una ventina di curve in totale, tra ampie, strette e tornati, che nonostante tutto risultano piuttosto agevoli, grazie anche alla loro conformazione che permette, nella maggior parte dei casi, di lanciare uno sguardo fugace, a monte per scoprire se qualcun altro sta procedente in senso opposto.

https://encrypted-tbn0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcSBttdivK2xkSz1Sz6beThU6DCY8WD_7aZWjSqJZJ5r_bMo7vEVBwGiunti sul passo, si apre un pianoro dove è possibile fermarsi, ma come successo per Sauris, Francesco quando vede un allungo, quasi per esorcizzare lo sforzo delle curve precedenti, sente la necessità di dare gas e di fare il vuoto dietro a lui.

Peccato, mi sarebbe piaciuto fermarmi un attimo ad ammirare il paesaggio, ed anche sorbire un caffé, ma il nostro compagno di viaggio è già lontano, quindi rimane una sola opzione, scendere fino ad Ampezzo per poi affrontare il passo Rest tutto d’un fiato.

La discesa è più ariosa rispetto al percorso che porta in quota, il panorama che si vede tra gli alberi è splendido, dopo un primo tratto movimentato, la strada permette una percorrenza più rilassata, almeno fino alla sequenza dei sette tornanti che portano chi li percorre a tuffarsi quasi in apnea fino in fondo, per poi poter tornare a respira nel tratto che porta all’albergo al Pura, da qui in poi la strada torna ad essere una statale, con un manto migliore ed a doppia corsia.

Arrivare ad Ampezzo è stata una pura formalità, questa volta Francesco vorrebbe fermarsi, ma questa volta siamo noi che tiriamo dritto, d’altronde siamo oramai quasi alla fine del viaggio e ci fermeremo sul lago di Redona, ma prima percorreremo il Rest, almeno così pensavamo, ma a volte l’ovvio non è tale.

Una lunga coda di veicoli si para davanti a noi compreso un mezzo della protezione civile locale. La cosa è alquanto strana e sospetta, proviamo a superare alcune auto, prima di renderci conto che si trattava di un corteo funebre. Stare in coda non fa bene ad un mezzo raffreddato ad aria, ed in qualche modo riusciamo ad attirare l’attenzione della lepre davanti, ed accostiamo in uno spiazzo; scopriamo che la sosta è stata provvidenziale, Francesco oramai insofferente all’andatura lenta, era prossimo a sgasare rumorosamente per guadagnarsi alcuni metri di strada.

Ci prendiamo il tempo per sgranchirci le gambe concedendo altresì una pausa nicotina a chi la necessitava. Alcuni minuti più tardi il mesto corteo, è giunto alla pieve locale, la strada si è liberata dal traffico e noi possiamo rimetterci in cammino.

Scendiamo verso Priuso, dove una svolta a 180 gradi a sinistra unisce la statale 52 con la regionale 522. Dopo il primo rettilineo, la strada si rifà tortuosa, ma rimane comoda. Nel tratto che precede Caprizzi si comincia a costeggiare il Tagliamento, che in alcuni punti regala degli scorci panoramici magnifici.

Nella zona del rifugio Grasia, la strada torna a salire, con una decina di curve e tornanti, il fondo peggiora e le foglie a terra tornano ad accompagnare il  nostro viaggio ed ogni tanto lo sguardo viene rapito dai panorami circostanti.

L’ultimo allungo in zona Casera Somp la Mont, anticipa l’arrivo sul Passo Rest, la giornata rimane nuvolosa, coprendo leggermente la vista, sul tornante che suggerisce la prossima impegnativa discesa, ed i sette successivi, tolgono al viaggiatore, ogni residuo dubbio.

L’ultimo sforzo è la zona della Casera Chiarpegnins, dove sono costretto a chiedere gli straordinari al mio freno motore, prima di raggiungere Maleon. A Tramonti di Sopra ogni difficoltà è alle spalle, la strada torna ad avere le due corsie, il fondo è buono ed il lago di Redona si paventa davanti a noi con il sole che è tornato ad accompagnarci in quest’ultimo tratto.

Nel posteggio di fronte alla locanda al Lago, finalmente facciamo riposare le nostre compagne di viaggio, ed anche per noi è giunto finalmente il momento di una pausa. L’ultima tappa dal Rest a qui, non è stato comodissimo e per Francesco le energie si erano ridotte al lumicino; la prima frase che è riuscito a proferire dopo aver posteggiato la moto, è stata “BASTA CURVE!”.

Ora è tempo di scambiarci le opinioni sul viaggio oramai giunto al termine, la parte che ancora ci manca da percorrere è una pura formalità, le strade sono ampie, il traffico pomeridiano non è caotico come quello incontrato al mattino, ed il meteo è piacevole.

Una bibita seduti fuori dalla locanda, ammirando il lago, ha un gusto particolare, mentre riassaporiamo mentalmente le varie tappe ed i vari punti critici in cui ci siamo imbattutti in questa magnifica giornata. Le membra dolgono mentre risaliamo in sella per tornare verso casa, ma è un dolore tollerabile, soprattutto perché è l’ultimo sforzo che chiediamo ai nostri fisici rientrando verso le nostre rispettive dimore.

Il Kaiser e gli altri grandi passi, peccato aver saltato il Crostis – parte prima

Da settimane programmavamo il giro panoramico delle vette e finalmente eravamo pronti ad affrontare il Kaiser ed il Crostis.

“Kaiser” è il soprannome del monte Zoncolan.

foto aerea del pubblico che affolla la vetta in occasione del giro d’Italia

Nel mondo del ciclismo, la salita che porta in vetta, dal versante di Ovaro, è considerata una delle tappe più dure e difficili. del giro d’Italia.

Il pubblico che, il giorno della tappa, si affolla lungo tutto il pendio e soprattutto al traguardo (quota 1,750 metri) aggiunge poi un fascino particolare.

Se lo Zoncolan, come ha scritto “la Gazzetta dello sport” è considerato “una delle salite più impegnative del ciclismo mondiale… un inferno di passione”, il Crostis, se possibile è addirittura peggio,

Il sito Dangerousroads.org, non a caso ha inserito la strada che porta in vetta a quest’ultimo monte tra le strade più pericolose d’Europa.

https://www.dangerousroads.org/europe/italy/626-monte-crostis-italy.html

Strade: Monte Zoncolan e Monte Crostis salite da brivido in moto
un particolare della strada sul monte Crostis

Giustamente, ‘TurismoFVG’ ne scrive.

Scalare questa montagna è come firmare un contratto con il diavolo e avere la consapevolezza che sarà lui a portarci in paradiso

Il premio si ottiene in quota, con il panorama mozzafiato che si distende davanti a noi.

Poi c’è la discesa … che riporta l’intrepido ciclista o motociclista verso Comeglians oppure a Ravascletto, se si vuol scendere dal versante opposto a quello della salita.

Finalmente Francesco con la sua Guzzi Cafè Races Special, è riuscito ad unirsi a me e Luca.

I miei due compari volevano un percorso misto, con curve, magari raccordate, dove guidare e divertirsi ed hanno scelto quello che includeva il passaggio di parte della tappa ciclistica del giro d’Ita1ia de1 2011, per poi proseguire verso la val Pesarina e la val Tramontina.

il laghetto di Cornino

Partiamo, come sempre, dalla zona di Codroipo e ci dirigiamo verso Nord.

Facciamo la prima sosta presso la Riserva Naturale del lago di Cornino, perché non posso esimermi dall’inserire un momento dedicato alle eccellenze e meraviglie storiche, culturali, naturalistiche di questa mia splendida Regione.

Luca, poi, potrà prendere nota (http://www.riservacornino.it/) e tornarci con la famiglia.

Fino a qui la strada è stata pianeggiante, ben asfaltata e priva di insidie particolari, se non quella del traffico: dopo uno sguardo di ammirazione per i maestosi Grifoni che, senza sforzo apparente, planavano a ridosso di una cresta, ripartiamo per salire verso Ovaro.

Trasaghis Monumento Bottecchia 01112007 02.jpg
monumento a Ottavio Bottecchia

Imbocchiamo la provinciale 41 che porta fino ad Alesso di Trasaghis: la strada è dedicata al famoso ciclista Ottavio Bottecchia che qui, picchiato a morte forse per il suo impegno antifascista, fu trovato agonizzante, nel giugno 1927; un monumento commemorativo, all’altezza dell’abitato di Peonis, ne ricorda la scomparsa.

La strada è uno spettacolo: si snoda lungo il Tagliamento, con un manto stradale buono e permette di guidare in scioltezza, godendosi curve e panorama, a patto di rimanere nei limiti del codice della strada e di prestare costante attenzione.

Infatti lungo il tragitto si incontrano moltissimi ciclisti.

Il nostro itinerario prevede da qui un lungo un tratto di strada facile che, dopo aver costeggiato il Tagliamento, ci porta ad ammirare il Lago dei Tre Comuni ed a passare per Cavazzo Camico, Tolmezzo e Villa Santina, per giungere infine ad Ovaro.

La sosta nel paesino carnico si rende necessaria quantomeno per valutare il peggioramento meteorologico, che appare inesorabile.

Tutto sommato, però, la coltre di nubi che copre le creste dei monti, davanti a noi, non sembra di quelle che debbano preoccupare.

Perciò proseguiamo verso la vetta dello Zoncolan, con l’obiettivo di mangiare in quota, presso il rifugio Tamai oppure al Goles.

All’inizio la salita è agevole, ma Francesco si fa prendere dall’entusiasmo ed arrivato al bivio di Liaris vede tardi la svolta a destra di novanta gradi, invade la carreggiata opposta alla sua e rischia seriamente di centrare una BMW GS, ferma allo stop.

Ripresosi dalla scarica di …adrenalina, deciderà saggiamente di adeguarsi alla nostra andatura.

La strada, quasi da subito si restringe e l’asfalto diventa quello classico da montagna, ovvero molto granuloso, rovinato, con presenza a volte di qualche buca e sporco, in particolare a causa della presenza di aghi dei pini presenti ai lati.

D’altra parte la strada si fa sempre più stretta e l’asfalto, granuloso, rovinato e cosparso qua e la di buche, è segnato ai bordi dalla presenza degli aghi dei pini che costeggiano la carreggiata.

Come se non bastasse incontriamo continuamente i trattori ed i mezzi pesanti impegnati a rimuovere gli alberi sradicati dalla tempesta “Vaia” dell’ottobre 2018, tristemente famosa.

E’ una strada impegnativa, ma bellissima, poi noi siamo in moto: se il pensiero corre ai ciclisti che incontriamo lungo la via (oppure ai grandi campioni del Giro, rappresentati in effigie sui cartelloni a bordo strada), il nostro rispetto non può che aumentare.

In cima allo Zoncolan

Sullo Zoncolan dobbiamo ammettere di essere stati troppo ottimisti a proposito del tempo: le nuvole basse ci fanno dubitare che la salita al Crostis sia fattibile.

D’altra parte, anche se i menu dei due rifugi sono allettanti, alle 11,30 il pranzo sembra prematuro. Dunque procediamo verso Ravascletto: scendere a valle sta diventando urgente, anche perché vediamo già aumentare il traffico di motociclette in direzione opposta.

La strada che porta in cima dal versante di Ovaro non è percorribile nel periodo invernale, al contrario lo è quella dal versante di Sutrio, essa permette, infatti, ai turisti di salire e scendere durante tutto l’arco dell’anno, in inverno agli sciatori, in estate ai ciclisti ed agli escursionisti in genere. Questo per chiarire che la discesa, essendo una strada turistica anche se montana, con le sue curve ed i suoi tornanti, risulta  piuttosto ampia e comoda da percorrere.

Giunti a valle, da Sutrio risaliamo fino a Cervicento, una sorta di “Bibbia a cielo aperto”, con la sua piazza pavimentata di opere d’arte a mosaico che meritano sicuramente una visita.

Nel frattempo la salita al Crostis e diventata improponibile, a causa del peggioramento del tempo. Ripieghiamo perciò in direzione di Pesariis, altro piccolo Borgo che come un’ostrica racchiude una perla…

Il paese e famoso per i suoi orologi, da quelli monumentali a quelli ad acqua, cui 6 stato dedicato anche un museo.

La strada, da Zovello/Ravascletto fino a Comeglians, 6 tortuosa e “tecnica”; passato il ponte sul torrente Degano, invece, si distende ed addolcisce, proseguendo nella valle Pesarina (s.S. 465).

Finalmente è l’ora giusta per mangiare e tra i due ristoranti presenti in paese, scegliamo il primo che incontriamo.

Non ce ne pentiremo: tagliatelle ai funghi e speck, cjarcions, cervo con la polenta.

Dopo un buon caffe ci concediamo una passeggiata per il borgo ed ammiriamo le installazioni segnatempo artistiche.

Sono curioso, tecnologia e funzionamento dei meccanismi in genere mi affascinano da sempre, ma devo ammettere che alcuni metodi di misurazione esposti lungo il paese mi erano sconosciuti e mi han meravigliato alquanto.

 

 

A spasso per dolomiti fino al lago di Braies

Abbiamo organizzato un giro di oltre 400 chilometri, che ha richiesto otto ore nell’unico lunedì che ci vedeva tutti liberi da impegni lavorativi ed abbiamo potuto sfruttare la prima vera giornata di sole di questa primavera: più che di un colpo di fortuna si potrebbe parlare di una vera e propria congiunzione astrale.

L’idea era venuta a Luca, desideroso di esplorare quella parte di Veneto per poi tornarci con la famiglia; io l’ho accompagnato volentieri ed alla fine si sono aggiunti anche Andrea e Valentina, ragazza impavida che usa la moto da pochi mesi, ma non ha esitato a seguire per curve e tornanti tre centauri molto più navigati e … brizzolati di lei.
Abbiamo studiato un itinerario, che evitasse statali monotone e trafficate offrendoci, viceversa, qualcosa di più movimentato.

Per comodità, il percorso riportato è stato sviluppato a partire da un punto comune a tutti e quattro, ricalcando fedelmente la strada percorsa. Per convenzione e per i futuri impieghi della mappa, la partenza viene fatta coincidere con un luogo simbolico, importante sia per la regione, ma anche per la nazione, ovvero Rivolto dove ha sede la Pattuglia Acrobatica Nazionale.

Prima tappa del viaggio era il ponte di Pinzano, non una scelta casuale, ovviamente. Luca essendo veneto d’origine, non conosce molto la regione, quindi volevo fargli scoprire uno squarcio del passato “bellico” di quella zona. Come si può facilmente immaginare, la strada da percorre è piuttosto agevole, forse un po’ trafficata, ma tutto sommato comoda, permettendoci di svegliarci a dovere, e prendere le giuste misure per poter viaggiare in gruppo in sicurezza. Si comincia a scherzare di meno, quando si raggiunge S. Pietro di Ragogna che si erge sulla sponda destra del fiume Tagliamento, il quale per millenni, si è scavato una gola profonda, e le due sponde sono estremamente alte. Il ponte che collega la provincia di Udine e quella di Pordenone è alto 30 metri, e per raggiungerlo ci sono tre tornanti, che vanno percorsi prestando attenzione soprattutto se si viaggia a bordo di un bisonte con i freni a tamburo.

Ponte Pinzano.JPG
Fonte: wikipedia di Diego Cruciat – Opera propria, CC BY-SA 3.0

Sfortunatamente non ci sono molti spazi dove fermarsi e poterlo ammirare, quindi ci siamo stretti, parcheggiando il più possibile le moto vicine, sulla parte esterna della curva a fine ponte. In effetti, è un peccato che non ci sia un area dove stare in sicurezza, anche considerando che la zona ha molti aspetti storici che varrebbe la pena approfondire, come le fortificazioni della guerra e l’ossario germanico.
Decidiamo di riprendere il viaggio con obbiettivo di fermarci in cima alla Sella Chianzutan. Superato Pinzano si prende per Casiacco per poi salire con i primi tornanti fino ad Anduins. Lasciando il centro abitato a sinistra si prosegue sulla provinciale 1 e senza troppi patemi, se non una giusta dose di attenzione anche nel rispettare i limiti di velocità, si raggiunge prima Pert, poi Cerdevol ed infine San Francesco. Il gruppo nel frattempo si era sgranato, i due più abili con le cavalcature più performanti avevano allungato, lasciando me e Valentina a salire con calma. Superato il ponte sull’Arzino la strada si inerpica e qualche tornante fa capolino prima dell’abitato di Pozzis, oramai un paese fantasma se escludiamo la presenza dell’unico abitante Alfeo “Cocco” Carnelutti classe ’44, definito il saggio eremita letterario, è un personaggio controverso, con una condanna a 12 anni per omicidio alle spalle, è un avventuriero motociclista, (http://www.inmoto.it/archivio/tag/Cocco/) famoso tra le altre per la sua ultima impresa da Pozzis a Sammarcanda con una  Harley-Davidson Flathead  del ’39.

Pozzis è anche sede di un motoraduno nel mese di aprile, il “Cocco Meeting”. A metà salita mi accorgo di non vedere più negli specchietti la mia compagna di viaggio, mi fermo alcuni minuti, ma non vedendo apparire nessun fanale scendo a cercarla, sperando non si tratti di un problema serie. Fortunatamente, la ritrovo in sella ferma a riorganizzarsi, dopo che un’altro motociclista l’aveva aiutata a rialzare la moto che si era leggermente sdraiata. I tornanti successivi a Pozzis, infatti, hanno creato qualche difficoltà a Valentina che arrivata lunga con una frenata si è appoggiata al costone, e lasciata andare la cavalcatura per non rischiare ulteriore problemi. Non ci sono state, fortunatamente conseguenze tranne qualche cicatrice sullo specchietto e la manopola destra ed una ferita nell’orgoglio della conducente.
Ripartiamo e questa volta arriviamo in cima alla Sella, dove Andrea e Luca, ci attendono. Verifica veloce dei danni, una piccola riparazione sarebbe utile, e grazie agli attrezzi che mi porto nelle borse, sistemiamo al meglio lo specchietto e fissiamo un altro particolare con delle fascette. Ci si confronta sulle prossime tappe e decidiamo, visto che sono già le 10.30 di mangiare un panino con la salsiccia e bere una bibita prima di ripartire, anche perché il sole comincia a picchiare forte, nella prima vera giornata di primavera dopo un mese di pioggia.

le cavalcature a Sella Chianzutan

Le nostre cavalcature che fanno bella mostra di loro, mentre fermi alla locanda cima a sella Chianzutan dove ci siamo alimentati, ci stiamo organizzando per ripartire: da sinistra la Ducati Monster 800 s2r di Luca, la Kawasaki er6n di Valentina, la Triumph Bonneville Bobber di Andrea e per ultima, la lumaca del gruppo, la mia splendida Guzzi 850 Gt California. Rifocillati a dovere, eravamo pronti a riprendere il nostro viaggio, innanzitutto abbiamo ripercorso il tracciato della famosa cronoscalata “Verzegnis-Sella Chianzutan”, svoltasi il giorno precendente, nel verso contrario, ovvero a scendere. La strada è larga ed il fondo buono, e fatta eccezione per alcune curve, decisamente agevole da percorrere in discesa. Normalmente questa strada percorsa da Verzegnis verso la sella, purtroppo troppo spesso da motociclisti che pensano di essere in pista e che rischiano di esporre a gravi rischi e pericoli gli altri utilizzatori della strada; quindi è indispensabile porre attenzione non solo a noi stessi, ma anche agli altri.

Giunti a Verzegnis, seguendo strade secondarie arriviamo a Villa Santina e da lì siamo saliti seguendo la Regionale 355, passando prima per Ovaro, Comeglians, Rigolato, Forni Avoltri e infine Sappada. La strada è piuttosto ben tenuta, purtroppo è molto trafficata soprattutto da mezzi pesanti, che spesso incrociandosi tra di loro o con qualche corriera in un punto stretto oppure un tornante, rischiano far perdere molti minuti agli altri utenti in attesa che i bestioni riescano a districarsi e ripartire. A Sappada, non ci siamo fermati, anche se era una tappa prevista, infatti avendo fatto benzina a Forni Avoltri ed essendo stati molto rallentati dal traffico nel tratto precedente, abbiamo preferito proseguire dritti verso Dobbiacco.

Lago di Misurina
Scorcio del lago con le moto posteggiate

Girando in un giorno feriale, a Santo Stefano di Cadore, troviamo molto movimento e conseguentemente il traffico di un paese molto vivace; ed arrivati al bivio per Sesto e San Candido, direzione dell’itinerario programmato, decidiamo invece di procedere dritti per Auronzo con l’obbiettivo di giungere a Misurina, dove fare una pausa prima dell’ultimo tratto. La strada è una Statale e come tale è larga e ben tenuta, non crea particolari difficoltà alla guida. Nell’ultimo tratto, indicativamente dopo Palus Santa Maria, però, la Guzzi ha cominciato a risentire dell’aumento di quota e la carburazione non era delle migliori. Finalmente avvistiamo il lago e parcheggiato davanti alla Locanda Al Lago, ci gustiamo un caffè o una bibita, godendo di una vista lago e monti, decisamente mozzafiato.

Lago di Misurina
Un altro scorcio del lago con la terrazza panoramica del ristorante

Riparti, dirigiamo verso Nord, e superati i due tornanti, sconfiniamo in Trentino, la Provinciale 49 diventa la Statale 48bis ed arrivati a Carbonin teniamo la destra sulla Statale 51 “Alemagna”. Superiamo il lago di Landro ed il pacheggio che si trova qualche centinaio di metri più avanti da dove è possibile ammirare le tre cime di Lavaredo. La strada prosegue comoda fino a Dobbiacco Nuovo, lavori stradali, in prossimità dell’intersezione con la Statale 49, ci rallentano non poco. Svoltiamo a sinistra e proseguiamo per circa 7 chilometri, quando arriviamo alla rotonda, rischiamo di andare dritti, invece di imboccare al strada che porta a Braies, probabilmente la stanchezza ha cominciato a farsi sentire.

Giungiamo al lago, ed ecco la sorpresa, tutt’altro che piacevole, non esistono parcheggi o spazi liberi dove lasciare le moto, ed anche i posteggi a pagamento sembrano tutti pieni. Nella confusione che si sta generando, anche con altri motociclisti, su dove potersi fermare, o se alzare i tacchi e scegliere altri lidi, la Trudi, comincia a diventare insofferente, tende a spegnersi e fatica a riaccendersi; forse si apre uno spiraglio, un addetto alla sosta, ci fa imboccare un ingresso del parcheggio, ovviamente controllato da una sbarra, ma almeno potremo fermarci e riorganizzare le idee. Mentre cerco di prendere il biglietto, la moto si spegne e non ci son Santi che si riaccenda. Ormai è ingolfata, devo arrendermi a spingerla in salita e posteggiarla, il più possibile in sicurezza sulla ghiaia; sperando che dopo aver chiuso i rubinetti del carburante, la benzina nei carburatori, con il tempo evapori e la piccola si riaccenda.

Nel frattempo cominciamo a confrontarci. Saranno i disguidi appena affrontati, saranno le altissime aspettative che questa gita prometteva, ma al momento, siamo al quanto delusi. La zona davanti al lago è completamente coperta alla vista dal ristorante che vi si affaccia, e le sbarre tutt’attorno, sicuramente installate per gestire un flusso elevato di turisti, crea un senso quasi di claustrofobia.

Scorcio del lago di Braies
Uno scorcio panoramico del lago fotografata dalla terrazza dell’albergo

Il lago di Braies, è comunemente definito come bellissimo, un piccolo gioiello, anzi come una perla ai piedi di una corona di monti che la contengono e lo proteggono come un’ostrica. Forse piccolo gioiello è evocativo, nel senso che lo specchio d’acqua è decisamente piccolo, rispetto ad altri laghi, penso ad esempio a quello di Molveno, ma anche allo stesso Misurina; con un perimetro di 3,5 km è grande come i due laghi di Fusine. L’aria che si respira è quasi da sagra di paese, il turismo di massa, non sempre è una fortuna, siamo in un lunedì in bassa stagione, eppure ho la sensazione di stare in un centro commerciale di sabato pomeriggio. Optiamo per sederci un attimo sulla terrazza dell’albergo che si specchia sul lago, ovviamente nella parte “self service”. Una fetta di dolce ed una bibita, ci permettono di recuperare un po’ le forze. Personalmente non amo la folla né le zone affollate, ma non è solo la gente che mi infastidisce e non mi permette di godere del panorama, che comunque è invidiabile, c’è quella piccola questione con la Trudi che non si voleva riaccendere, che mi tormenta e mi preoccupa non poco.

 

quattro amici a zonzo
foto ricordo

Ci prendiamo ancora un attimo, per ricaricare le batterie prima di risalire sulle nostre cavalcature, una foto che mi ricorda un libro molto carino che lessi da ragazzo, “Tre uomini in barca (per tacer del cane)” di Jerome K. Jerome, e qui siamo “Tre uomini in moto, per tacer della donna”; e che donna aggiungerei, un’amazzone, una motociclista impavida e indefessa. Visto poi che troveremo acqua per strada, sarebbe più corretto definirci, scomodando Tolkien, la compagnia della pioggia. Con grande sollievo Trudi si riaccende e mi tolgo un peso non indifferente. Ci siamo fermati circa un oretta, ma il pedaggio è pesante, quasi 4 euro, mentre un auto ne avrebbe pagato oltre Sette. Tirando le somme, il posto mi ha deluso, forse mi aspettavo altro, personalmente credo che Braies, non mi rivedrà per un pezzo, anche se sono, altresì, convinto che vederlo di persona sia una decisione corretta, per decidere in autonomia se rispecchia i giudizi altrui. Capisco, inoltre,  che si debbano ammortizzare gli investimenti per sistemare e gestire parcheggi ed aree comuni, ma non condivido il sistema, qui siamo a bastonare i turisti e visitatori occasionali, nemmeno fossimo a Venezia; eppure è Trentino anzi Alto Adige.

Ripartiamo per rientrare, stessa strada fino a Carbonin, ma proseguimo sulla Statale 51 direzione Cortina, anziché riprendere per Misurina. La statale si presta ad una cavalcata a buona andatura, fatta eccezione della zona dei resti del castello di Sant’Uberto dove una piccola tortuosità, obbliga a rallentare e prestare attenzione.

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Lago di Centro Cadore – fonte: Wikipedia foto di Luca Mazzucco – propria, CC BY-SA 4.0

Arrivati a Cortina d’Ampezzo, io e Luca ci fermiamo ad un distributore e rabbocchiamo per sicurezza, per poi puntare dritti verso Longarone, lungo al statale senza patemi, se non prestare attenzione al traffico che si va intensificando man mano che ci avviciniamo a Belluno. A Tai di Cadore, imbocchiamo la direzione sbagliata, verso Pieve di Cadore, ma il nostro itinerario prevede di rientrare in Friuli non da Calalzo, Lozzo e Santo Stefano di Cadore, bensì da Ospitale e Longarone per imboccare la strada per la valle del Vajont e giungere all’omonima diga. Ci fermiamo quindi, prima del Lago di Centro Cadore ed effettuata un’inversione ad U riprendemmo la direttrice verso Sud. Sempre in mezzo ad un traffico intenso, congestionato anche dall’ora di punta, giungemmo nella zona Industriale di Longarone ed imboccammo la strada che porta a Codissago. Negli anni la strada che sale verso la diga è stata teatro di incidenti ed a causa di guidatori, spesso spericolati, per non definirli criminali, per percorrevano il nastro d’asfalto ed i tornati ad alta velocità tendo una condotta pericolosa, l’amministrazione comunale decise di installare degli autovelox, per prevenire e reprimere tali comportamenti. Il primo è installato all’altezza dell’abitato di Codissago, mentre il secondo dopo l’ingresso alla ferrata della Memoria Vajont ovvero prima dell’ultimo tornante prima delle gallerie. Questa misura repressiva, presenta una lacuna, chi vuole usare la strada come fosse una pista oppure una cronoscalata, tornanti compresi, non fa altro, come ho potuto appurare personalmente, salire e scendere come meglio preferiscono rimanendo tra i due sistemi di rilevazione della velocità.

Chiesa alla Diga del Vajont
la chiesetta di San Antonio da Padova

Lungo quella provinciale così tortuosa, Luca ed Andrea con le loro cavalcature più snelle e potenti, distanziano ben presto le due lumache del gruppo, ma va bene così, salgo con il mio ritmo, godendomi la strada. Giunto in cima, come sempre mi emoziono un attimo alla vista di quel terribile monumento funebre che è allo stesso tempo un elogio alla capacità ingegneristica italiana, ovvero la diga del Vajont. Un pensiero ed una preghiera va alle vittime di quel terribile 9 ottobre 1963. Luca e Andrea aspettano nel parcheggio sulla diga che si trova dopo la chiesetta di San Antonio da Padova, ma al nostro arrivo ci fanno cenno di continuare, anche perché il cielo si sta rannuvolando e promette pioggia, ovviamente, loro ci raggiungeranno senza doversi impegnare troppo. Mi concentro sulla guida, ho alcune auto ed un camion davanti, voglio cercare di tenere un buon ritmo per non rallentare ulteriormente i compagni di viaggio, la strada è bella, tenuta bene, i tornanti non sono troppo impegnativi, e gestendo bene il freno motore, evito di surriscaldare i freni a tamburo.

Arrivato a passo Sant’Osvaldo, mi accorgo di non vedere le luci degli altri, così accosto ed aspetto. Mi viene subito in mente il problema che ha avuto Valentina al mattino, e mi preoccupo un attimo, poi il rumore dei bicilindrici, si avvicina. Si riparte ora sono nuovamente la tartaruga del gruppo. La Regionale 251 scende sinuosa con molto meno traffico, permettendoci delle licenze a livello di guida, poi all’altezza dell’abitato di Contron, Andrea decide di fermarsi con Valentina, che probabilmente è in difficoltà, così ci accordiamo di ricongiungerci a Barcis; così mi organizzo mentalmente e decido che con Luca ci fermeremo all’Osteria Ponte Antoi.

Lago di Barcis
Una vista abbastanza emblematica del lago di Barcis e del meteo che si stava preparando

Una pioggerellina leggera, nel frattempo ci ha raggiunto, e ci ha convinto a sederci ad un tavolo e consumare una bibita in attesa del resto del gruppo. Il cellulare, al solito è in modalità silenziosa e non mi accorgo di una chiamata persa, è Andrea, che nel frattempo ha raggiungo il lago, ma non ci siamo intesi sul posto dove fermarsi e loro sono in paese. L’idea è che ci raggiungano quando faranno rotta verso casa, ma il meteo decide diversamente, l’intensità aumenta ed aspettiamo il primo momento utile con una pausa nel fenomeno. Risaliamo in sella facendo rotta verso Montereale Valcellina, oramai la strada è pianeggiante ed il traffico è un po’ scemato, anche perché sono quasi le 19. Superiamo Maniago dove imbocchiamo la Regionale 464 con direzione Spilimbergo.

L’ultimo punto, leggermente critico, potrebbe risultare il ponte subito dopo Colle di Arba, prima di Sequals, paese natale di Primo Carnera. I limiti sulla strada sono il vero tallone d’Achille di quest’ultima tappa, ed il traffico, a causa dei lavori sul ponte di Dignano, obbligano a tenere alta l’attenzione, ma arrivare dove siamo partiti è un attimo, ed all’altezza di Codroipo ci separiamo per rientrare ognuno alle proprie famiglie, dopo aver percorso circa 430 chilometri in otto ore di guida, senza contare le necessarie soste.