Non succede spesso, ma quando capita, riesci a gustarti ogni metro percorso, ogni curva affrontata, ogni momento passato sulla strada.
Il passo Rest è un valico alpino delle Prealpi Carniche, a 1.052 m s.l.m., che collega la Val Tramontina alla bassa Carnia, soggetto a chiusura invernale.
Quest’anno, la strada regionale è stata percorsa dai partecipanti alla 14ma tappa del Giro d’Italia; frazione di 205km corsa il 22 Maggio 2021 con partenza da Cittadella ed arrivo sul Monte Zoncolan, versante di Sutrio.
In occasione del Giro, gli organizzatori hanno provveduto a riasfaltare gli oltre 30 chilometri della SR552 che separano il lago di Redona, nel comune di Tramonti di Sopra e la SR 52 “Carnica” in frazione Priuso, nel comune di Socchieve.
Già era divertente da percorrere prima degli interenti di rifacimento del manto stradale, grazie alla sinuosità che caratterizza questa strada regionale, che non diventa mai troppo “cattiva” nelle pendenze o nei tornati, ma grazie ad un fondo perfetto, permette agli amanti delle curve di poter osare, grazie a dei margini di sicurezza maggiori; anche chi non è avvezzo alle strade montane, può sceglierla come meta motociclistica, a patto di non voler strafare. Per percorrerla occorre quasi un’ora ed alla fine la fatica si sente; se si arriva con le batterie scariche, non sufficientemente lucidi e tecnicamente impreparati, si rischia.
Non si sono buche, rattoppi, solchi o altro. L’autunno è ancora lontano, e le foglie rimangono salde sui rami. Probabilmente, le spazzatrici hanno fatto un gran lavoro per rendere la strada ottimale per i ciclisti del Giro, ed anche in moto si può godere di questa condizione.
Si guida, immersi nel verde, spesso come in un tunnel di alberi. Quando la vegetazione di dirada, si scorgono panorami affascinanti, ma gli occhi non possono indugiare troppo, i circa 35 tornanti si susseguono con un buon ritmo.
Quest’anno è la strada più bella che ho percorso, in una regione ricca di itinerari per gli amanti delle due ruote. Fino all’arrivo dell’autunno la si può considerare un’ottima meta, successimente sarà il caso di aspettare la primavera, come indicato sopra è una strada soggetta a chiusura invernale a causa di neve e ghiaccio.
Quando l’amico Sergio, il meccanico che ha restaurato Trudi e che l’ha curata fino ad oggi, mi ha ricordato che per lui era giunto il momento di ritirarsi dal mondo lavorativo, mi ha aperto gli occhi su una situazione alquanto delicata.
La mia moto non è stata restaurata per tenerla in un museo, bensì per godermela sulla strada tutti i giorni. Percorrere oltre 8000 km l’anno, soprattutto in montagna tra curve e tornanti con una California prima serie, non è la cosa più saggia da fare, soprattutto se lo scopo è quello di conservarla a lungo ed al meglio.
Il fatto che una Guzzi di cinquant’anni, ti porti ovunque con sorprendente facilità, non significa che la si possa maltrattare come fosse una moto moderna; inoltre i meccanici competenti, che sappiano realmente metterci le mani sopra, sono sempre meno ed i ricambi, per un mezzo con quasi mezzo secolo sul manubrio, sono sempre meno reperibili.
Perché rischiare di stressarla troppo, con chilometraggi eccessivi, portandola spesso al limite? Le possibilità per ridurne l’uso e conseguentemente l’usura sono poche.
Un’alternativa, sarebbe limitarsi notevolmente con i viaggi, soprattutto con gli amici più “estremi” oppure bisognerebbe affiancarle un’altra cavalcatura più moderna.
La prima opzione non è stata presa in considerazione fin da subito. Limitarsi a qualche giro domenicale in pianura od al più in collina e qualche raduno a tema mi avrebbero spinto in un futuro non troppo lontano a vendere tutto e smettere di andare in moto. Da quando sono un centauro, ho sempre guidato la mia cavalcatura in tutte le stagioni, affrontando le condizioni meteorologiche più disparate, compreso nebbia, ghiaccio e neve.
Optare per un’altra cavalcatura da sfruttare negli itinerari più impegnativi, magari in compagnia di quegli amici meno cicloturisti, è sicuramente una soluzione più percorribile, anche se realisticamente onerosa.
Osservando gli amici con cui giro regolarmente, mi sono reso conto che potrò restare in sella probabilmente ancora per una ventina d’anni, forse qualcuno in più se il fisico regge. Pensando, però, ad Alfeo “Cocco” Cargnelutti che a 73 anni è andato da Pozzis di Verzegnis fino a Samarcanda con un Harley del ’39 da lui costruita, la mia aspettativa di continuare ad essere un centauro si allungherebbe parecchio.
Una valutazione attenta mi orienta verso un mezzo il più recente possibile, che non necessiti di interventi meccanici importanti, almeno nel prossimo decennio, eccezion fatta per i consueti tagliandi annuali ed il cambio gomme.
Quale modello avrebbe potuto affiancare Trudi in garage, e quali requisiti doveva soddisfare il nuovo acquisto?
Volevo un modello con stile, che si distinguesse dalla massa.
Volevo che mantenesse un buon valore di rivendita con il passare del tempo in caso di necessità.
Doveva essere affidabile, ovvero essere un progetto maturo.
I costi di gestione non dovevano essere troppo onerosi, con un motore di cilindrata media, ma comunque brillante. Una cilindrata tra i 350 cc ed i 750cc sarebbe stato un giusto compromesso.
La manutenzione doveva essere limitata.
La ciclistica e la posizione di guida dovevano essere sportive, ma non estreme o troppo corsaiole; in grado di permettere gran divertimento tra curve e tornanti, ma risultare discretamente comode nelle lunghe percorrenze.
Sufficientemente leggera, maneggevole e di facile utilizzo anche per una ragazza, sia perché ormai ho una “certa…” sia perché mi farebbe piacere che la consorte la usasse nelle uscite in coppia con Trudi.
Non doveva essere una copia di Trudi.
Dopo mesi di ricerche, confronti, analisi… leggendo, ascoltando e guardando comparative e recensioni nonché guardando video di tester o di semplici appassionati, sia in Italiano che in Inglese Britannico, Americano ed Australiano… ho individuato il modello che meglio di altri soddisfaceva tutti i requisiti.
Le altre pretendenti al titolo, compresi alcuni modelli che mi piacciono esteticamente e che avrei visto bene a fianco di Trudi nella rimessa, sono state
Harley Davidson Springer softail Classic (modello apparso in Indiana Jones IV)
Triumph Boneville
Triumph Bobber
Royal Enfield Classic
Royal Enfield Interceptor
Benelli Imperiale
Guzzi V85 tt
Guzzi Audace
Guzzi Stone
Una prima scrematura ha portato ad escludere tutti quei modelli che avevano una cilindrata troppo alta o che non rientravano nel mio Budget come l’Audace, la Springer e la V85tt.
La Bobber e la Stone le possiedono già alcuni amici, anche se le hanno trasformate in versioni Special. Volendo distinguermi le ho escluse.
Altri modelli sono stati tolti dalla lista, perché dotati di un motore troppo poco brillante o con troppi pochi cavalli per un uso su percorsi tortuosi montani, anche se sarebbero state ottime in un contesto cittadino o collinare.
Le ultime ad uscire dalla rosa delle papabili sono state la Royal Enfield Interceptor e la Triumph Boneville. Queste erano le uniche che soddisfacessero tutti o quasi i criteri fissati; spesso sono recensite fianco a fianco nelle comparative presenti in rete.
Alla fine è stato esclusivamente il cuore a guidarmi, portandomi a scegliere la vincitrice; ovvero il suono di un motore che ho imparato ad amare in tanti anni e l’assenza di manutenzione alla trasmissione finale.
La coinquilina di Trudi non poteva essere, quindi, che un altra Guzzi, ovvero la V7 III Racer prodotta in serie limitata e numerata.
A livello di stile credo ci siano pochi dubbi, con un design che strizza l’occhio alle icone del passato marchio come la V7 Sport, la S3 e la Le Mans. Si fa notare per il suo telaio rosso, il codino e gli ammortizzatori Öhlins.
Essendo prodotta in serie limitata e numerata dovrebbe mantenere un buon valore in caso di rivendita.
Il progetto V7 arrivato alla terza generazione è maturo ed affidabile. L’introduzione dell’ABS e del controllo di trazione la migliorano rispetto alle versioni precedenti.
Il cardano e l’affidabilità Guzzi consentono una manutenzione ridotta.
Il motore da 744 cc, ha una potenza di 52 CV che grazie ad un buon rapporto tra peso e potenza, permette di godere di un’erogazione brillante.
Una sella a 770 mm da terra combinata ad un peso complessivo di 190 kg a secco, ne permettono la fruibilità anche alle donzelle, ai centauri di statura minore o a quelli un po’ più attempati, come il sottoscritto.
Nella maggior parte delle comparative la V7 III è stata la più divertente e performante su strade montane tortuose con una migliore guidabilità nelle curve e nei tornanti. La versione Racer con l’impostazione telaistica più aggressiva e la componentistica più corsaiola, come i semi manubri e le pedane arretrate, ne migliorano, se possibile l’esperienza di guida.
Come è evidente non assomiglia per nulla a Trudi, sia nell’aspetto sia nell’impostazione di guida.
Tutti i requisiti sono stati soddisfatti e come da tradizione la nuova arrivata dovrà avere un nome.
Questa volta il nome è arrivato prima della moto, infatti al momento c’è il pre-contratto, sperando che per l’Epifania, restrizioni per il contrasto del Sars-Cov2 permettendo, il garage ospiti due Aquile di Mandello.
La nuova arrivata si chiamerà Rachel.
L’assonanza con il modello è evidente, Rachel / Racer, ma quando lo pronuncio, il nome mi evoca collegamenti mentali al femminile, più o meno reali…
Rachel Weisz
Attrice
Rachel Hurd-Wood
Attrice
Rachel Ellestein
Highlander, l’ultimo immortale
Rachel
Blade Runner
Rachel Green
Friends
Rachele
Il personaggio di tradizione biblica
La moglie prediletta di Giacobbe.
Madre di Giuseppe e Beniamino.
Se con la locuzione latina “Nomen omen” ovvero “il nome è un presagio” o “un nome un destino”, gli antichi Romani credevano che, nel nome della persona fosse indicato il suo destino, tale credenza sarà, forse, confermata in questo modello.
Rachel deriva dal nome ebraico רָחֵל (Raḥel), adattato in greco come Ραχηλ (Rachel) o Hrakhel ed in latino come Rachel. Il significato è letteralmente “pecora”, “pecorella”.
La mia Rachel probabilmente sarà una docile pecorella, in pianura o in città, ma alla prima strada tortuosa che incontrerà rivelerà il lupo che vi si nasconde.
Personalmente, lo ritengo un peccato, perché porterà la casa di Mandello del Lario ad abbandonare la fascia di mercato delle moto di media cilindrata, dove era un riferimento.
Le versioni disponibili da febbraio del nuovo anno, saranno solo la Stone e la Special. Questo significa che la Racer non sarà più in produzione; che è stata l’ultima opportunità di portarsi a casa una serie limitata e numerata, e che Rachel sarà una delle ultime immatricolate della sua serie.
Tecnicamente la dicitura corretta sarebbe “Remove Before Flight” che si riferisce ad un avvertimento di sicurezza sotto forma di un nastro rosso con la scritta in bianco, presente sulle parti rimovibili degli aerei, quando questi sono a terra in fase di parcheggio o traino.
Le parti segnalate sono solitamente una copertura di protezione o un perno di blocco che prevenire lo spostamento accidentale di parti meccaniche. Il personale di terra preposto, usa una lista di controllo per segnare i nastri da rimuovere e quelli rimossi prima del volo, per garantire che nessuno di essi venga scordato.
Come per gli aerei, anche il sottoscritto, prima di iniziare un giro in moto particolarmente lungo, utilizza una lista di controllo, così da essere sicuro che il motoveicolo sia perfettamente efficiente, ed è per questo la dicitura è passata da “Rimuovere prima di volare” a “Rimuovere prima di girare”.
A qualcuno sembrerà esagerato, ma con un motoveicolo di quasi cinquant’anni la prudenza è assolutamente indispensabile, non solo perché un inconveniente può rovinarmi la gita, ma potrebbe avere conseguenze anche peggiori.
I controlli sono di due tipi, visivo con la verifica bulloni, cavi e luci ed uno più tecnico e che richiede un po’ più di tempo con l’ausilio di semplici attrezzi.
Avendo segnato una linea sul lato della testa del bullone o del dado ed in corrispondenza del telaio o del particolare ciclistico ove questo è presente, un’occhiata veloce permette di notare se le vibrazioni hanno fatto spostare il riferimento comportando un allentamento del fissaggio.
Il controllo visivo dell’eventuale usura dei cavi di freni, frizione o acceleratore permette di evitare di rimanere senza uno di questi componenti fondamentali mentre si guida. Viene eseguita controllando la parte di cavo che fuoriesce dalla guaina protettiva alla ricerca di punti di ossidazione, ruggine o sfilacciatura della treccia d’acciaio.
Il controllo delle luci è quanto mai opportuno, così da evitare di doversi fermare a cambiare una lampadina, magari al crepuscolo.
Il primo controllo tecnico è quello dell’olio motore. Non avendo un’asta di livello, è necessario una chiave a stella o bussala da 22mm e se il livello è basso si procede al rabbocco, nel mio caso con un Motul 5100 15W50 .
Quando il dado con l’asta incorporata è stato svitato, si può eseguire un’altra verifica altrettanto importante e troppo spesso ignorato, lo sfiato dell’olio. Per verificare che sia pervio, ho costruito un piccolo arnese usando un raccordo a manicotto per collettori, con un diametro leggermente inferiore a quello del foro dove va inserito, a cui ho unito ad una estremità un tubo in pvc, così da poter soffiare nella coppa dell’olio e sentire il gorgoglio, a conferma che tutto è in ordine.
Sempre con la chiave del 22 ed una pila, ogni 2000/3000 chilometri controllo l’interno della coppia conica per verificare la lubrificazione della stessa.
Passare uno straccio, prima umido e poi asciutto su tutta la moto, con attenzione particolare a rimuovere moscerini o quanto altro raccolto durante il precedente giro, dal parabrezza e soprattutto dalla visiera del casco, mi garantisce una visibilità ottimale.
L’ultimo controllo, che eseguo solitamente dal benzinaio, appena fatto il pieno è la pressione dei pneumatici e lo stato del battistrada.
Su una scheda cartacea segno le date ed i chilometri al momento della verifica. Spunto la lista di controllo ed indico l’eventuale quantitativo d’olio rabboccato, quali luci sono state sostituite e se è stato necessario registrare il gioco dei freni anteriori e posteriore e della frizione. Tutto questo sia a fine statistico sia per avere un feedback da lasciare al meccanico che effettuerà i tagliandi o gli interventi periodici necessari.
Fare questi controlli, mi permette di affrontare i vari itinerari in tranquillità senza il pensiero che questo o quel particolare mi possa tradire soprattutto se a viaggiare siamo in due a bordo.
Dopo la sosta a Pesariis, quella che ci attende è come dicono gli anglosassoni un “must have”, qualcosa di irrinunciabile, sto parlando della forcella Lavardet.
Ripartiti da Pesariis, rinfrancati nel corpo e nello spirito, puntiamo ad Ovest, e fino a Culzei, la guida è alla portata della maggior parte degli utenti della strada.
Diventa più impegnativa e tecnica dopo il Rio Bianco, dove la strada comincia a salire decisamente, frapponendo curve e tornanti a lunghi rettilinei.
Giunti al “Centro Fondo Lavadin-Pian di Casa”, ci confrontiamo rapidamente, e decidiamo di proseguire fino a Sauris; le nuvole continuano ad addensarsi, anche se non sembrano seriamente minacciare pioggia.
La forcella Lavardet è poco più avanti dopo alcune curve e tornanti da affrontare in discesa, ma grazie ad un asfalto ben tenuto, non sono troppo impegnativi.
Sconfiniamo brevemente nel vicino Veneto, a Vigo di Cadore, lungo la statale che si unisce alla provinciale 619.
La Forcella vera e propria si trova lungo la statale 465, verso Nord, un tratto di 11 kilometri che porta a Campolongo di San Pietro di Cadore.
La strada dai bellissimi panorami è chiusa al traffico ed è un altro tratto inserito tra le strade più pericolose d’Europa dal sito dangerousroads.org.
La ragione è presto spiegata, soggetta a frane e smottamenti è per buona parte sterrata, e gli enduristi, che la percorrono a loro rischio, lo sanno bene
Proseguiamo in direzione Casera Razzo. La strada torna a salire, regalando splendide viste in caso di cielo terso.
Arrivati al bivio, dobbiamo lasciare la provinciale 619 che prosegue verso Auronzo, ed imboccare la provinciale 33 che dirige verso Sauris, che si trova a meno di 10 chilometri; anche se la sede stradale si restringe, il manto rimane buono.
Ci godiamo il più possibile il percorso, che permette di guidare in scioltezza con curve morbide fino alla Sella di Rioda, dove nuovi panorami ti fanno riappacificare con il mondo.
L’idillio ha breve durata, i sette tornanti a scendere uniti alla pendenza cominciano a mettere a prova il freno motore ed i tamburi della California, impegnandomi non poco nella guida per percorrerli con le traiettorie migliori.
Lasciamo il Veneto e rientriamo in Friuli Venezia Giulia; la provinciale 33 diventa la 73 con la sede stradale ancora per qualche chilometro sfregiata dal passaggio di madre natura.
L’asfalto è stato più volte rattoppato e non è raro trovare sassi, pietre o pietrisco che costringono il viaggiatore a prestare attenzione, moderando particolarmente la velocità dovendo evitare a volte qualche ostacolo presente sulla sede stradale.
il mio navigatore
Quando la strada torna a scendere dolcemente allargandosi, sappiamo di essere in prossimità della nostra meta dove fermarsi per una meritata pausa.
A Sauris potremo assaggiare qualche specialità locale, come dei salumi affumicati o dei formaggi, oppure la famosa birra artigianale.
Quest’ultima guidando una due ruote, è fuori discussione ma possiamo comunque optare per una fetta di dolce ed un caffè.
Abbiamo fornito a Francesco, l’itinerario della giornata, caricato direttamente sul navigatore; ma senza coordinarci sulle soste intermedie come quella di Sauris (Zahre nel locale dialetto germanico).
Il nostro compagno è concentrato nella guida, ed è troppo avanti per raggiungerlo in sicurezza e superando rapidamente Sauris di Sopra e quella di Sotto, arriviamo a passare La Maina.
I cartelli stradali che indicano lavori in corso, all’altezza della diga della Maina in prossimità del lago di Sauris e del torrente Lumei con probabili deviazioni sul percorso preventivato ci portano ad imboccare via S. Valentino che ci condurrà al passo Pura dove potremo sostare un attimo.
Una panoramica di Sauris, tratta dal sito Sauris.org
Il primissimo tratto di strada è una lunga galleria e quando la luce torna a farsi vedere, il lago appare quasi per magia alla destra del viaggiatore che si sente quasi riemergere dalle tenebre in un altro mondo.
Non solo la strada, non è ampia ed è parecchio trafficata in entrambi i sensi di marcia, a complicare la fluidità della marcia, ci sono i vari mezzi operativi impegnati a recuperare il legname, frutto della pulizia straordinaria resasi necessaria dopo il passaggio di “Vaia”.
Attraversiamo il bosco, percorrendo una ventina di curve in totale, tra ampie, strette e tornati, che nonostante tutto risultano piuttosto agevoli, grazie anche alla loro conformazione che permette, nella maggior parte dei casi, di lanciare uno sguardo fugace, a monte per scoprire se qualcun altro sta procedente in senso opposto.
Giunti sul passo, si apre un pianoro dove è possibile fermarsi, ma come successo per Sauris, Francesco quando vede un allungo, quasi per esorcizzare lo sforzo delle curve precedenti, sente la necessità di dare gas e di fare il vuoto dietro a lui.
Peccato, mi sarebbe piaciuto fermarmi un attimo ad ammirare il paesaggio, ed anche sorbire un caffé, ma il nostro compagno di viaggio è già lontano, quindi rimane una sola opzione, scendere fino ad Ampezzo per poi affrontare il passo Rest tutto d’un fiato.
La discesa è più ariosa rispetto al percorso che porta in quota, il panorama che si vede tra gli alberi è splendido, dopo un primo tratto movimentato, la strada permette una percorrenza più rilassata, almeno fino alla sequenza dei sette tornanti che portano chi li percorre a tuffarsi quasi in apnea fino in fondo, per poi poter tornare a respira nel tratto che porta all’albergo al Pura, da qui in poi la strada torna ad essere una statale, con un manto migliore ed a doppia corsia.
Arrivare ad Ampezzo è stata una pura formalità, questa volta Francesco vorrebbe fermarsi, ma questa volta siamo noi che tiriamo dritto, d’altronde siamo oramai quasi alla fine del viaggio e ci fermeremo sul lago di Redona, ma prima percorreremo il Rest, almeno così pensavamo, ma a volte l’ovvio non è tale.
Una lunga coda di veicoli si para davanti a noi compreso un mezzo della protezione civile locale. La cosa è alquanto strana e sospetta, proviamo a superare alcune auto, prima di renderci conto che si trattava di un corteo funebre. Stare in coda non fa bene ad un mezzo raffreddato ad aria, ed in qualche modo riusciamo ad attirare l’attenzione della lepre davanti, ed accostiamo in uno spiazzo; scopriamo che la sosta è stata provvidenziale, Francesco oramai insofferente all’andatura lenta, era prossimo a sgasare rumorosamente per guadagnarsi alcuni metri di strada.
Ci prendiamo il tempo per sgranchirci le gambe concedendo altresì una pausa nicotina a chi la necessitava. Alcuni minuti più tardi il mesto corteo, è giunto alla pieve locale, la strada si è liberata dal traffico e noi possiamo rimetterci in cammino.
Scendiamo verso Priuso, dove una svolta a 180 gradi a sinistra unisce la statale 52 con la regionale 522. Dopo il primo rettilineo, la strada si rifà tortuosa, ma rimane comoda. Nel tratto che precede Caprizzi si comincia a costeggiare il Tagliamento, che in alcuni punti regala degli scorci panoramici magnifici.
Nella zona del rifugio Grasia, la strada torna a salire, con una decina di curve e tornanti, il fondo peggiora e le foglie a terra tornano ad accompagnare il nostro viaggio ed ogni tanto lo sguardo viene rapito dai panorami circostanti.
L’ultimo allungo in zona Casera Somp la Mont, anticipa l’arrivo sul Passo Rest, la giornata rimane nuvolosa, coprendo leggermente la vista, sul tornante che suggerisce la prossima impegnativa discesa, ed i sette successivi, tolgono al viaggiatore, ogni residuo dubbio.
L’ultimo sforzo è la zona della Casera Chiarpegnins, dove sono costretto a chiedere gli straordinari al mio freno motore, prima di raggiungere Maleon. A Tramonti di Sopra ogni difficoltà è alle spalle, la strada torna ad avere le due corsie, il fondo è buono ed il lago di Redona si paventa davanti a noi con il sole che è tornato ad accompagnarci in quest’ultimo tratto.
Nel posteggio di fronte alla locanda al Lago, finalmente facciamo riposare le nostre compagne di viaggio, ed anche per noi è giunto finalmente il momento di una pausa. L’ultima tappa dal Rest a qui, non è stato comodissimo e per Francesco le energie si erano ridotte al lumicino; la prima frase che è riuscito a proferire dopo aver posteggiato la moto, è stata “BASTA CURVE!”.
Ora è tempo di scambiarci le opinioni sul viaggio oramai giunto al termine, la parte che ancora ci manca da percorrere è una pura formalità, le strade sono ampie, il traffico pomeridiano non è caotico come quello incontrato al mattino, ed il meteo è piacevole.
Una bibita seduti fuori dalla locanda, ammirando il lago, ha un gusto particolare, mentre riassaporiamo mentalmente le varie tappe ed i vari punti critici in cui ci siamo imbattutti in questa magnifica giornata. Le membra dolgono mentre risaliamo in sella per tornare verso casa, ma è un dolore tollerabile, soprattutto perché è l’ultimo sforzo che chiediamo ai nostri fisici rientrando verso le nostre rispettive dimore.
Da settimane programmavamo il giro panoramico delle vette e finalmente eravamo pronti ad affrontare il Kaiser ed il Crostis.
“Kaiser” è il soprannome del monte Zoncolan.
foto aerea del pubblico che affolla la vetta in occasione del giro d’Italia
Nel mondo del ciclismo, la salita che porta in vetta, dal versante di Ovaro, è considerata una delle tappe più dure e difficili. del giro d’Italia.
Il pubblico che, il giorno della tappa, si affolla lungo tutto il pendio e soprattutto al traguardo (quota 1,750 metri) aggiunge poi un fascino particolare.
Se lo Zoncolan, come ha scritto “la Gazzetta dello sport” è considerato “una delle salite più impegnative del ciclismo mondiale… un inferno di passione”, il Crostis, se possibile è addirittura peggio,
Il sito Dangerousroads.org, non a caso ha inserito la strada che porta in vetta a quest’ultimo monte tra le strade più pericolose d’Europa.
Scalarequestamontagnaècomefirmareun contratto con il diavolo e avere la consapevolezza che sarà lui a portarci in paradiso
Il premio si ottiene in quota, con il panorama mozzafiato che si distende davanti a noi.
Poi c’è la discesa … che riporta l’intrepido ciclista o motociclista verso Comeglians oppure a Ravascletto, se si vuol scendere dal versante opposto a quello della salita.
Finalmente Francesco con la sua Guzzi Cafè Races Special, è riuscito ad unirsi a me e Luca.
I miei due compari volevano un percorso misto, con curve, magari raccordate, dove guidare e divertirsi ed hanno scelto quello che includeva il passaggio di parte della tappa ciclistica del giro d’Ita1ia de1 2011, per poi proseguire verso la val Pesarina e la val Tramontina.
il laghetto di Cornino
Partiamo, come sempre, dalla zona di Codroipo e ci dirigiamo verso Nord.
Facciamo la prima sosta presso la Riserva Naturale del lago di Cornino, perché non posso esimermi dall’inserire un momento dedicato alle eccellenze e meraviglie storiche, culturali, naturalistiche di questa mia splendida Regione.
Fino a qui la strada è stata pianeggiante, ben asfaltata e priva di insidie particolari, se non quella del traffico: dopo uno sguardo di ammirazione per i maestosi Grifoni che, senza sforzo apparente, planavano a ridosso di una cresta, ripartiamo per salire verso Ovaro.
monumento a Ottavio Bottecchia
Imbocchiamo la provinciale 41 che porta fino ad Alesso di Trasaghis: la strada è dedicata al famoso ciclista Ottavio Bottecchia che qui, picchiato a morte forse per il suo impegno antifascista, fu trovato agonizzante, nel giugno 1927; un monumento commemorativo, all’altezza dell’abitato di Peonis, ne ricorda la scomparsa.
La strada è uno spettacolo: si snoda lungo il Tagliamento, con un manto stradale buono e permette di guidare in scioltezza, godendosi curve e panorama, a patto di rimanere nei limiti del codice della strada e di prestare costante attenzione.
Infatti lungo il tragitto si incontrano moltissimi ciclisti.
Il nostro itinerario prevede da qui un lungo un tratto di strada facile che, dopo aver costeggiato il Tagliamento, ci porta ad ammirare il Lago dei Tre Comuni ed a passare per Cavazzo Camico, Tolmezzo e Villa Santina, per giungere infine ad Ovaro.
La sosta nel paesino carnico si rende necessaria quantomeno per valutare il peggioramento meteorologico, che appare inesorabile.
Tutto sommato, però, la coltre di nubi che copre le creste dei monti, davanti a noi, non sembra di quelle che debbano preoccupare.
Perciò proseguiamo verso la vetta dello Zoncolan, con l’obiettivo di mangiare in quota, presso il rifugio Tamai oppure al Goles.
All’inizio la salita è agevole, ma Francesco si fa prendere dall’entusiasmo ed arrivato al bivio di Liaris vede tardi la svolta a destra di novanta gradi, invade la carreggiata opposta alla sua e rischia seriamente di centrare una BMW GS, ferma allo stop.
Ripresosi dalla scarica di …adrenalina, deciderà saggiamente di adeguarsi alla nostra andatura.
La strada, quasi da subito si restringe e l’asfalto diventa quello classico da montagna, ovvero molto granuloso, rovinato, con presenza a volte di qualche buca e sporco, in particolare a causa della presenza di aghi dei pini presenti ai lati.
D’altra parte la strada si fa sempre più stretta e l’asfalto, granuloso, rovinato e cosparso qua e la di buche, è segnato ai bordi dalla presenza degli aghi dei pini che costeggiano la carreggiata.
Come se non bastasse incontriamo continuamente i trattori ed i mezzi pesanti impegnati a rimuovere gli alberi sradicati dalla tempesta “Vaia” dell’ottobre 2018, tristemente famosa.
E’ una strada impegnativa, ma bellissima, poi noi siamo in moto: se il pensiero corre ai ciclisti che incontriamo lungo la via (oppure ai grandi campioni del Giro, rappresentati in effigie sui cartelloni a bordo strada), il nostro rispetto non può che aumentare.
In cima allo Zoncolan
Sullo Zoncolan dobbiamo ammettere di essere stati troppo ottimisti a proposito del tempo: le nuvole basse ci fanno dubitare che la salita al Crostis sia fattibile.
D’altra parte, anche se i menu dei due rifugi sono allettanti, alle 11,30 il pranzo sembra prematuro. Dunque procediamo verso Ravascletto: scendere a valle sta diventando urgente, anche perché vediamo già aumentare il traffico di motociclette in direzione opposta.
La strada che porta in cima dal versante di Ovaro non è percorribile nel periodo invernale, al contrario lo è quella dal versante di Sutrio, essa permette, infatti, ai turisti di salire e scendere durante tutto l’arco dell’anno, in inverno agli sciatori, in estate ai ciclisti ed agli escursionisti in genere. Questo per chiarire che la discesa, essendo una strada turistica anche se montana, con le sue curve ed i suoi tornanti, risulta piuttosto ampia e comoda da percorrere.
Giunti a valle, da Sutrio risaliamo fino a Cervicento, una sorta di “Bibbia a cielo aperto”, con la sua piazza pavimentata di opere d’arte a mosaico che meritano sicuramente una visita.
Nel frattempo la salita al Crostis e diventata improponibile, a causa del peggioramento del tempo. Ripieghiamo perciò in direzione di Pesariis, altro piccolo Borgo che come un’ostrica racchiude una perla…
Il paese e famoso per i suoi orologi, da quelli monumentali a quelli ad acqua, cui 6 stato dedicato anche un museo.
La strada, da Zovello/Ravascletto fino a Comeglians, 6 tortuosa e “tecnica”; passato il ponte sul torrente Degano, invece, si distende ed addolcisce, proseguendo nella valle Pesarina (s.S. 465).
Finalmente è l’ora giusta per mangiare e tra i due ristoranti presenti in paese, scegliamo il primo che incontriamo.
Non ce ne pentiremo: tagliatelle ai funghi e speck, cjarcions, cervo con la polenta.
Dopo un buon caffe ci concediamo una passeggiata per il borgo ed ammiriamo le installazioni segnatempo artistiche.
Sono curioso, tecnologia e funzionamento dei meccanismi in genere mi affascinano da sempre, ma devo ammettere che alcuni metodi di misurazione esposti lungo il paese mi erano sconosciuti e mi han meravigliato alquanto.